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Liberalizzazioni, una miccia troppo corta!

Che sia un trema delicato, abbiamo imparato a capirlo. Ma forse non abbiamo imparato che dietro le parole ci sono persone, situazioni, abitudini che non è possibile spazzare via di botta. La nobiltà dell’intenzione si deve accompagnare con la attuabilità della decisione.

FederazioneSanità-Confcooperative ha diramato un comunicato in cuoi si legge che “Liberalizzare va bene, distruggere no”. Perché il rischio di liberalizzare diventa la povertà.

“Il rischio è quello di liberalizzare solo la povertà e di dare inizio alla cannibalizzazione di settori di vita pubblica che devono invece rimanere assoggettati a principi e regole di tutela collettiva”: lo dicono Giuseppe Milanese e Vito Novielli, rispettivamente presidente e vice presidente intervenuti sugli effetti che le liberalizzazioni potranno avere sulle farmacie. “Abbassare il quorum, nel caso delle farmacie, al punto da rendere insostenibile la sopravvivenza di un sistema equivale a distruggere un patrimonio di servizio e pertanto a determinare un vero e proprio terremoto in una filiera che fino ad oggi ha generato occupazione, investimenti e benefici per il cittadino”.

Si parla di imprese cooperative di distribuzione del farmaco che assicurano occupazione a oltre 20mila addetti e che svolgono una importante azione di cerniera e di servizio anche per le piccole realtà: “Esse vedrebbero fortemente compromessa la loro sopravvivenza e le loro prospettive di impresa. Aprire punti vendita in media ogni 2.300 - 2.400 abitanti corrisponde - aggiunge la nota di FederazioneSanità - a far perdere sostenibilità e attrattività al sistema che ne verrebbe impoverito, perché non più in grado di offrire servizi e reperibilità di farmaci, giorno e notte. Qualità nell’offerta e l’attrattività di canale non sono solo aspetti commerciali, ma garanzia di corretta informazione, opportunità di scelta e di benefici per l’utente consumatore”.

Ad esserne minato risulterebbe il meccanismo della fiducia alla base di qualsiasi rapporto che regola transazioni commerciali, finanziarie e professionali. Con il rischio di farlo diventare appannaggio “Di forti gruppi economici e multinazionali che proverebbero a impossessarsi di un settore certamente appetibile da sempre, come quello della salute e della distribuzione del farmaco”.

Dall’altra parte dello steccato ad esempio l’Aduc. Che attacca.

Federfarma Lazio, nota associazione che difende gli interessi dei consumatori di farmaci, rispetto ai farmaci con ricetta non rimborsabili dal Ssn, si pone una domanda: “Siamo veramente sicuri che il 'salvataggio dell'Italia' debba passare anche attraverso la liberalizzazione dei farmaci di fascia C?”. La stessa domanda che si pongono i possessori degli yacht di lusso... e mentre questi ultimi delineano scenari di moli abbandonati ed economie sottozero, i farmacisti di Federfarma, volutamente non menzionando i loro fatturati che ne potrebbero risentire di 380 euro al mese per farmacia (secondo i dati delle associazioni dei farmacisti non-titolari Anpi, Mlf e Forum farmacia)… i farmacisti, nell'ambito dei redditi con 126mila euro all'anno sono secondi solo ai notai), prevedono aumenti potenzialmente pericolosi di consumi”.

Vincenzo Donvito, presidente Aduc non fa’ sconti. “Alla loro domanda la nostra risposta è no! E siamo stufi di essere presi in giro da questa corporazione che valuta i consumatori solo come utili idioti da costringere ad acquistare farmaci solo da loro... altrimenti si fanno male. Nello specifico: ma perchè dovrebbe farsi male un consumatore che acquista un farmaco vendibile solo con ricetta, se l'acquisto lo fa al supermercato e non in farmacia? E perchè dovrebbero aumentare i consumi se comunque si acquista solo con ricetta del medico?”.

Noi, consumatori del popolo che Federfarma considera pecora, abbiamo capito solo una cosa: la corporazione ha timore dello sgretolamento del proprio potere, non di mercato ma di posizione acquisita e pagata negli anni con profumate prebende verso il potere costituito. Sgretolamento che se oggi prevede la perdita di bruscolini (380 euro al mese), un domani, quando forse riusciremo a liberalizzare del tutto il mercato levando qualunque monopolio alle farmacie, potrebbe costringerli a doversi confrontare col mercato come qualunque altro commerciante, e non continuare a vivere di rendita corporativa”.

Nel mezzo un’altra voce. Quella dell’Ugl Trasporti: “Siamo sconcertati dalla possibilità che le aziende operanti nel comparto ferroviario siano esentate dall’applicazione del contratto collettivo di settore, come emerso dalla bozza sul dl liberalizzazioni che sta circolando in questi giorni”.

Lo dichiarano il segretario nazionale Fabio Milloch e quello nazionale Trasporti-Attività ferroviarie, Umberto Nespoli. “Sono più di quattro anni che ci stiamo confrontando con le aziende operanti nel settore e con il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti per raggiungere l’importante obiettivo del Contratto unico della Mobilità, un progetto innovativo che vuole introdurre una regolamentazione omogenea ed efficace nel trasporto su ferro e su gomma a tutela non solo delle lavoratrici e dei lavoratori del comparto, ma anche degli utenti e dello sviluppo infrastrutturale”.

Se le indiscrezioni che girano fossero vere si verrebbe a creare una pericolosa lacuna normativa e verrebbero meno importanti principi, soprattutto in materia di tutela del lavoro e di sicurezza nel trasporto degli utenti.

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Autore di questo Articolo: Prismanews

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